Scrivo proprio durante le incerte fasi della fragile tregua tra Israele e Hamas in una guerra troppo lunga, disastrosa e per ora senza soluzione. Qualsiasi tentativo di trarre conclusioni sarà certo contraddetto fino alla pubblicazione. Mi limito quindi a indicare, quanto più posso in maniera obbiettiva, i successi ottenuti e i prezzi pagati finora, secondo me, da alcune delle parti presenti o attive direttamente o indirettamente nella complicata scena mediorientale.
Comincio da Trump, che ha rubato a Biden la gloria di aver ottenuto la tregua prima ancora di entrare in carica, minacciando da una parte Hamas, ma anche forzando la mano al Premier israeliano riluttante a una tregua senza la “vittoria totale” da lui promessa. Come Obama a suo tempo, anche Trump spera di ottenere il premio Nobel all’inizio del suo secondo mandato, se riuscirà a forzare una normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita, cioè tutto il mondo sunnita. Sarà certo la prima volta che il premio della pace viene dato al più volgare gradasso che minaccia l’inferno a chi non si sottomette ai suoi diktat impulsivi e che propone di trasferire milioni di persone come se fossero merci, per promuovere interessi immobiliari. Il prezzo, per ora, è l’invio a Israele di armi pesanti che forse renderebbero realizzabile l’attacco da sola al progetto nucleare iraniano, senza intervento diretto americano. Anche se un tale attacco potrebbe solo ritardare il progetto (ma produrre complicazioni terribili), sembra che Trump speri di ottenere un accordo con l’Iran sotto la minaccia dell’azione israeliana. Mentre la destra israeliana aspetta da Trump legalizzazione e annessione parziale a Israele delle colonie ebraiche in Cisgiordania, in contrasto alle precondizioni arabe, che richiedono uno stato e un futuro migliore per i palestinesi.
Hamas ha perso migliaia dei suoi combattenti, quasi tutti i suoi quadri dirigenti, la maggior parte delle strutture militari, sotterranee o meno, che aveva preparato e, soprattutto, ha causato la distruzione quasi totale della vita civile nella Striscia di Gaza, con decine di migliaia di morti. È riuscito pur sempre a mantenere il controllo, in assenza di alternative (bocciate da Israele), e ha saputo soprattutto crearsi, tra le distruzioni, un’immagine di resistenza eroica dei deboli contro il potente oppressore corazzato: immagine mitica, non solo tra i palestinesi, più ancora in Cisgiordania che a Gaza, ma in tutto il mondo, arabo e no. Tale resistenza ha cancellato il ricordo dei crimini del pogrom orrendo premeditato da Hamas e perpetrato nei villaggi israeliani intorno alla Striscia e anche la sua responsabilità di fronte alla popolazione civile della Striscia, sacrificata alla disastrosa vendetta israeliana.
Hamas può così, dopo un anno e mezzo d’inferno, festeggiare la vittoria, liberando decine di ostaggi in cambio di centinaia di terroristi detenuti in Israele. Non c’è dubbio che improbabili elezioni libere tra il popolo palestinese darebbero chiara vittoria ad Hamas, malgrado, o forze grazie a, la sua ideologia di eterna lotta contro Israele, di rifiuto di qualsiasi coesistenza e malgrado la reticenza e la paura dei regimi sunniti nei suoi confronti.
I due milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza, in maggioranza rifugiati dal 1948, ingabbiati da vent’anni nella più grande prigione all’aria aperta, sono stati le vere vittime sia di Hamas, sia della vendetta israeliana, e ora delle proposte di trasferimento di Trump: gli aiuti umanitari immediati e le proposte di ricostruzione dalle macerie, sovvenzionate dalle organizzazioni internazionali e dalle ricchissime nazioni arabe, non potranno portare un vero cambiamento della loro sorte futura senza essere parte di una soluzione identitaria, politica ed economica per il popolo palestinese per come si è formato durante il conflitto centenario in Terra Santa.
Olp, Fatah e Autorità Palestinese sono praticamente scomparse dalla scena del Medio Oriente: la corruzione interna; il rifiuto israeliano che siano parte dell’amministrazione della Striscia di Gaza; la loro debolezza di fronte alla colonizzazione israeliana sempre maggiore in Cisgiordania e alla furia scatenata da gruppi di teppisti armati tra coloni ebrei contro villaggi e pastori palestinesi, con la connivenza dell’esercito israeliano; l’assenza di un vero sostegno diplomatico e politico arabo e internazionale; la debolezza dei servizi d’ordine di fronte ai gruppi clandestini di Hamas in Cisgiordania e infine la poca legittimità formale, dopo decenni dalle ultime elezioni popolari, cancellano praticamente la speranza che con loro, secondo gli accordi di Oslo, si potrebbe implementare il diritto di autodeterminazione palestinese.
L’Iran sembra aver perso, in quest’anno e mezzo che ha cambiato il Medio Oriente, la posizione centrale che si era creato in pochi anni, dopo che Netanyahu aveva convinto Trump nel suo primo mandato a rinnegare l’accordo firmato da Obama e dalle potenze europee. Così l’Iran ha continuato senza controllo a sviluppare il progetto nucleare, che minaccia tutti gli stati sunniti del Medio Oriente, e non solo Israele. Così ha creato una rete di formazioni militari, per lo più sciite, ma non solo, sostenute e armate da Teheran, intorno al “piccolo Satana”, Israele (ma anche all’odiata Arabia Saudita, e contro il “grande Satana”, gli Usa): gli Houti nello Yemen, Hezbollah nel Libano, Hamas e altri nella Striscia di Gaza, milizie pro-iraniane nell’Iraq e la Siria di Bashar Al Assad. Anzi, pare persino che ci fosse il piano di attaccare Israele contemporaneamente dalla frontiera del Libano e della Striscia di Gaza, con simultanei attacchi con missili dall’Iraq, dallo Yemen, dal Libano e da Gaza. Pare che Hamas abbia deciso, per bloccare l’eventuale normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita promossa da Biden, di iniziare da solo il 7 ottobre l’attacco sui villaggi intorno alla Striscia di Gaza, convinto che gli altri “proxi” dell’Iran si sarebbero uniti all’attacco. Le altre formazioni hanno infatti lanciato missili su tutta Israele, ma non erano pronti ad altro, e così l’asse iraniana si è sfaldata: anzitutto per il successo tecnologico della contraerea israeliana contro buona parte delle migliaia di missili e droni lanciati, poi per la resistenza morale e organizzativa volontaria della società civile israeliana sotto attacco, sia intorno a Gaza e alla frontiera del Libano, sia su tutto il suo territorio, e infine per la coalizione sunnita e occidentale che ha aiutato Israele a bloccare persino i due attacchi di centinaia di missili e droni lanciati direttamente dall’Iran. Ma il colpo più forte è stato certo il crollo inaspettato e rapidissimo del regime pro-iraniano in Siria sotto l’attacco di poche centinaia di ribelli, sostenuti dalla Turchia, che hanno approfittato dell’indebolimento del maggiore sostegno all’odiato regime, Hezbollah, colpito da Israele nel Libano.
Il Libano, in gravissima crisi economica e politica da anni, si è trovato tra il martello israeliano e l’incudine di Hezbollah, che da anni sfrutta la maggioranza sciita attuale della popolazione, a cui formalmente la costituzione e le istituzioni del governo non danno peso governativo, per imporre, con le sue milizie armate, direttive che impediscono lo sviluppo economico. Israele ha colpito gravemente Hezbollah e ha distrutto quasi come a Gaza la striscia di villaggi sciiti lungo la frontiera nord, in cui i terroristi si erano fortificati e da cui minacciavano i villaggi e le cittadine israeliane.
Così indebolito, Hezbollah ha perso non solo i dirigenti e un arsenale di centomila missili e droni, ma anche parte dell’influenza sul governo libanese: dopo anni è stato finalmente eletto un presidente e si è potuto formare un governo. Chissà, però, se sarà possibile a lungo anche disarmare Hezbollah, o perlomeno tenerlo sotto controllo, ora che è isolato dall’Iran e il regime in Siria è caduto.
Dei paesi arabi sunniti -alcuni già in relazioni formali con Israele come l’Egitto, la Giordania, gli Emirati, il Bahrein e il Marocco, altri ancora riluttanti, come il Qatar e l’Arabia Saudita- bisogna dire che sono tutti tesi di fronte ai pericoli che li minacciano: le aspirazioni egemoniche sia dell’Iran sia della Turchia, il fanatismo islamico estremo che può scuotere i loro regimi dispotici, l’instabilità intrinseca a economie dipendenti troppo e solo sul petrolio, la lotta di influenze tra le tre grandi potenze, Usa, Russia e Cina e, ultimamente, la minaccia di Trump di costringerli ad accogliere nei loro paesi centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi.
Non per nulla sono tutti d’accordo a rifiutare la proposta-richiesta, anche se alcuni di questi paesi si fondano su manodopera straniera, spesso più numerosa della popolazione che ha la cittadinanza, e non per nulla sin dal 1948 i paesi arabi hanno mantenuto lo stato di rifugiati per i palestinesi fuggiti o scacciati dalla Palestina (eccetto la Giordania, che aveva dato loro cittadinanza).
I palestinesi si sono formati come popolo proprio attraverso il conflitto territoriale centenario con il sionismo, e sono adesso gli “ebrei” del Medio Oriente quelli di cui i regimi hanno paura: molto più istruiti, più coscienti dei diritti civili per cui combattere, molti purtroppo fanatici islamici estremisti, molti addestrati alla guerriglia e all’azione clandestina o illegale, quasi tutti con un’identità nazionale più radicata proprio perché non ancora ottenuta. Perciò, non solo l’Egitto già sovrappopolato e la Giordania, dove c’è già una maggioranza palestinese sotto il potere delle tribù beduine, rifiutano l’idea del trasferimento di Trump, anche se accompagnata dalla promessa di massicci aiuti economici. Questa paura che il conflitto tra Israele e i palestinesi dilaghi oltre le frontiere della Terra Santa è la ragione principale degli sforzi di mediazione del Qatar e dell’Egitto. Questa unanime paura avrebbe dovuto essere la leva principale dopo il pogrom del 7 ottobre per una coalizione internazionale, con al centro gli stati arabi sunniti, per sradicare Hamas da Gaza, ma la disastrosa vendetta israeliana sulla Striscia ha reso impossibile tale azione.
Infine, cosa si può dire di Israele? Comincio a segnalare che l’ultima (per ora) sfuriata di Trump sul trasferimento dei palestinesi da Gaza sarebbe per molti, troppi israeliani, non solo della destra nazionalista o religiosa, la realizzazione della speranza, più o meno palese, della scomparsa miracolosa degli arabi dalla Terra Promessa. Non per nulla il sionismo all’inizio parlava del “popolo senza terra, in una terra senza popolo”. Il sionismo sia di sinistra sia di destra è stato molto liberale riguardo agli arabi fino al 1948, quando gli ebrei erano in minoranza. Purtroppo è divenuto molto meno tollerante da quando si è formata la maggioranza ebraica in Israele, grazie all’evacuazione, costretta o meno, della maggioranza araba della popolazione locale, e alle ondate d’immigrazione ebraica dei superstiti dell’Olocausto in Europa e degli ebrei espulsi dai paesi arabi dopo la creazione dello stato ebraico. Questa speranza subcosciente, di cui ora, grazie a Trump, pare si possa discutere sul serio, senza vergogna, è il risultato dell’etnocentrismo e del suprematismo ebraico, espresso formalmente nella legge costituzionale della nazione del 2018. Speranza non solo immorale, ma anche irreale, proprio perché il conflitto che ha creato l’identità nazionale palestinese non si potrà mai contenere o risolvere senza riconoscerne le radici territoriali, politiche e culturali in Terra Santa. Questo non vuol dire continuare a tenere i palestinesi in prigione e impedire l’espatrio a chi voglia andarsene e trovi uno stato disposto ad accoglierlo, proprio come può farlo un israeliano. Ma certo non nel senso di un transferimento di massa, temporaneo o definitivo, per centinaia di migliaia di persone. Ciò che è successo fino alla fine della Seconda guerra mondiale per popolazioni minoritarie in conflitti reciproci non è più immaginabile dopo le varie convenzioni internazionali, e a spese di una popolazione che era la grande maggioranza nella Terra Santa fino al 1948 e ne è ancora il 50%.
Netanyahu si vanta di aver cambiato i rapporti di forza nel Medio Oriente, essendo ora indeboliti Hamas, Hezabollah, l’Iran e caduto il regime in Siria. Cerca così di far dimenticare la batosta che Israele ha subìto da Hamas, che con alcune migliaia di militi con armi leggere su furgoncini e motociclette è riuscita a sorprendere e smantellare le difese militari israeliane (unità tecnologiche e di combattimento) e a far crollare tutte le strutture organizzative di uno stato moderno. Malgrado gli ostaggi ancora detenuti, quasi novecento caduti e ancora cinquantamila sfollati israeliani lungo le frontiere, Netanyahu riesce a mantenersi al potere da un anno e mezzo, rigettando la responsabilità su tutti gli altri: esercito, servizi segreti, magistratura, opposizione parlamentare e popolare e antisemitismo mondiale.
Ma finalmente si incomincia a capire che Israele ha perso la guerra attuale a Gaza, a dispetto della “vittoria totale” promessa da Netanyahu. Pare, per ora, che tutti gli ostaggi israeliani, vivi o morti, saranno finalmente restituiti solo quando e se Israele avrà lasciato la Striscia in mano ad Hamas. Varie sono le cause di tale “sconfitta totale”: l’uso sfrenato della potenza militare (aerea e terreste, con quattro divisioni corazzate in una striscia di soli 345 chilometri quadrati, ma molto densamente popolata), sproporzionata rispetto ad Hamas; la tragica, letale e disastrosa guerra di vendetta contro la popolazione civile, considerata tutta complice e colpevole del pogrom del 7 ottobre sui villaggi israeliani intorno alla Striscia e dei missili su tutta Israele; il rifiuto di proporre e preparare una realtà diversa per due milioni di persone, lasciando così Hamas, pur indebolito, unica forza locale organizzata; il rifiuto di considerare qualsiasi possibilità futura di entità palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza (per salvare così la coalizione di estrema destra sovranista e colonialista che parlava persino di rinnovare colonie ebraiche nella Striscia!); la mancata cooperazione con la coalizione internazionale antiterrorista e anti-iraniana, che si era formata dopo l’attacco di Hamas e aveva aiutato Israele contro i missili dall’Iran e dallo Yemen; e infine l’aver scambiato il ruolo della vittima attaccata a sorpresa da orde assetate di sangue che presero ben duecentocinquanta ostaggi inermi con quello del gradasso che rade al suolo città intere, scuole, università, ospedali e moschee, uccide tra quarantacinque e settantamila persone e concentra un milione di sfollati arabi in campi provvisori.
Pur senza proclamarlo, credo che il governo e l’esercito israeliano sperassero all’inizio della guerra che gli sfollati palestinesi assieme ai terrorristi di Hamas fuggissero oltre la frontiera egiziana nel Sinai e diventassero problema internazionale: trasferimento, come nel 1948, o come adesso proposto da Trump -non genocidio, dunque. Ma non si può non pensare alla tragedia armena dell’inizio del secolo scorso e a troppe altre tragedie etniche in Europa, Asia e Africa. Non posso, dunque, stupirmi dei mandati d’arresto internazionali dall’Aja contro Netanyahu e il suo ministro precedente della Difesa, né delle manifestazioni propal sotto lo slogan “Dal fiume al mare”, permeate purtroppo di rinnovato antisemitismo. Queste ignorano completamente l’attacco nefasto e crudele di Hamas, gli ostaggi israeliani incatenati e smerciati, lo sfruttamento della sofferenza della popolazione palestinese civile inerme, e soprattutto comportano il rifiuto fanatico di qualsiasi coesistenza con la realtà, formatasi in quasi 77 anni, degli otto milioni di ebrei che vivono nello stato d’Israele.
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